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Il 12 ottobre 2013 è stato un giorno importante per il Mezzogiorno e soprattutto per il giornalismo italiano. Per la prima volta, dopo alcuni decenni, si è dato vita ad un dibattito franco e aperto sull’informazione turistica, per rilanciare il nesso sempre più evidente e ingiustificatamente negletto tra il racconto dei territori e le ipotesi di sviluppo praticabile. Allo stesso tempo si è lanciata una nuova proposta metodologica: il GeoGiornalismo.

Il GeoGiornalista della città ampliata

di Andrea Manzi

L’universo nel quale agisce il giornalista è la “cultura della notizia”, qualcosa che «non è letteratura, arte, religione, musica, scienza, interpretazione e rappresentazione del mondo, ma specifica informazione relativa al mondo, alla sua geografia, alla sua letteratura, alle sue religioni, alle sue scienze, alle sue guerre, alle sue culture»[1].

La relatività e l’osservazione multi-prospettica, a diverse scale di osservazione, sono proprietà intrinseche al carattere della notizia giornalistica, al punto che di uno stesso avvenimento possono esser date versioni diverse, legittimamente diverse. Entra in gioco proprio a partire da questa possibilità il ruolo del giornalista quale professionista in possesso di uno specifico e variegato know how (competenze), capace così di “leggere” gli eventi, interpretarli alla luce di un contesto e produrre una notizia.
Nessun avvenimento è quindi a priori una notizia, ma lo può diventare nel momento in cui se ne riconosca l’interesse per il pubblico dei lettori. La trasformazione di un semplice avvenimento in notizia è quindi la relazione con un pubblico; a stabilire poi quale sia (e di quale intensità) tale relazione è la comunità dei giornalisti: questi ultimi registrano i fatti, ne chiariscono la natura, valutano la loro importanza, stabiliscono la gerarchia con cui devono essere comunicati [2].
La notizia, pertanto, è il rapporto su un avvenimento destinato a un pubblico (Weiss).

Comunicazione ma all’altezza del nostro tempo

Il bagaglio di un giornalista, al cospetto della complessità dei tempi attuali, deve essere quindi fondato sulla capacità di riassumere gli eventi in un quadro sintetico ma esaustivo delle dinamiche e dei processi che li producono, comprendendo il “sistema” di cui sono parte, con i suoi punti di forza e le sue storture. Un giornalista all’altezza dei tempi attuali non deve dunque fornire interpretazioni astratte o mediate della realtà, ma osservarla con i propri occhi, trasferendone le singole manifestazioni all’interno di un quadro interpretativo olistico e sintetico. Per far ciò non è più sufficiente apprendere le tecniche della scrittura e della comunicazione mediatica, non basta cioè imparare a trasmettere efficacemente dei messaggi, ma occorre innanzitutto partire dalla conoscenza concreta, ossia geografica, del mondo e delle sue realtà, globali e locali.

Raccontare le esplorazioni del territorio

Nasce da questa esigenza l’idea un giornalista-esploratore del territorio, di un “geografo militante”, di un cronista del territorio colto e partecipe dei destini del luogo su cui lavora e da cui trasmette le notizie, ossia, in una parola, di un geogiornalista in grado di dare una interpretazione di un fenomeno territoriale fondata innanzitutto sul territorio, ossia sulla capacità di leggerne gli eventi all’interno di un contesto geografico, economico, storico, ideologico, politico.

L’idea non nasce a caso, giacché il geografo e il giornalista possiedono parecchi punti in comune, già a partire dalla condivisione, sul piano metodologico, della regola delle 5 W, desunta dal giornalismo anglosassone (Chi [Who], Dove [Where], Quando [When], Cosa [What], Perché [Why], a cui qualcuno aggiunge anche il “Come” [How]), che evoca l’evidenza e la registrazione della notizia come presupposti della sua esistenza. Si tratta di un punto di partenza comune sia alle inchieste geografiche che a quelle giornalistiche, esercitate analogamente nella contemporaneità quanto verso il passato. Le prime fonti teoriche di GeoGiornalismo, da un punto di vista storico, possono infatti essere certamente individuate all’interno dei trattati descrittivi dei più eminenti cronisti settecenteschi e ottocenteschi incaricati dai sovrani di descrivere i territori e censirne in chiave statistica le emergenze e le risorse (quali G. Galanti, L. Giustiniani, C. Afan De Rivera, nel caso del Regno di Napoli) oppure dei viaggiatori che, come Goethe o l’Abate di Saint Non, visitavano l’Europa e soprattutto l’Italia durante l’epoca del Grand Tour.

Cos’è il GeoGiornalismo

Il GeoGiornalismo è quindi un modello di giornalismo descrittivo e interpretativo già esistente ma di cui va definito il campo culturale all’interno del quale si collocano i suoi specifici oggetti di studio e, di conseguenza, gli itinerari formativi di chi lo pratica. Per procedere lungo questo percorso di ricerca e delimitarne rigorosamente la parte formativa, occorre approfondire comparativamente i suoi aspetti geografici e massmediali di riferimento.
Si tratta di un lavoro complesso, anche per l’assenza di studi specifici sull’argomento. La teoria generale della notizia non si è occupata specificamente della modalità di osservazione geografica all’interno dell’area del giornalismo generalista. Se lo avesse fatto, sarebbe stato ipotizzato un nuovo canale di osservazione di cui avrebbero potuto dotarsi gli organi di informazione. Fino ad oggi, tutti gli ambiti di riflessione in materia geogiornalistica hanno, infatti, riguardato l’informazione geografica specialistica, soprattutto di tipo ambientale, turistico, geopolitico ed economico, su scala nazionale o internazionale, nell’ambito di settori scientifici molto diversi dal campo d’azione e di ricerca del GeoGiornalismo.

Quest’ultimo non ha pretese scientifiche ma rivendica l’attendibilità e veridicità del professionista della notizia, attraverso la formazione di capacità metodologiche e tecniche che gli consentano di comprendere e correlare i fatti, ribaltando innanzitutto la gerarchia delle fonti, valorizzando quelle dirette rispetto alle indirette. Il geogiornalista deve sapere osservare direttamente la realtà per fare una credibile ed efficace inchiesta sulla realtà stessa, e deve allo stesso tempo saperne comprendere le manifestazioni alla luce di competenze geografiche concrete, che gli consentano di inserire i fatti nell’ambito di processi e dinamiche territoriali.

Aggiornamento e formazione rigorosi e costanti

Il GeoGiornalismo esige dunque la messa in atto di un aggiornamento costante e sistematico degli argomenti oggetto di indagine, con aperture su più versanti, a partire dall’ineludibile nesso tra Geografia fisica e Geografia umana e attraverso l’osservazione diretta e l’interpretazione mediata.

In questo modo si gradua e rimodula il ruolo e l’importanza strategica di Internet, che diventa un importante strumento di arricchimento della osservazione diretta e non più un osservatorio sostitutivo della esperienza diretta del (geo)cronista-osservatore.

Il GeoGiornalismo esige dunque un cambio generazionale nella mentalità dei giornalisti contemporanei, impedendo alla rete e a Internet di diventare ad un tempo fonte e racconto, realtà e rappresentazione, riqualificando l’attività sulla quale si fonda il giornalismo moderno, che è, infine, sempre quella di sapere individuare e selezionare i fatti. E in tale capacità anche il geografo viene chiamato ancora una volta in causa, non solo come professionista dell’osservazione analitica, ma anche come tecnico della sua descrizione, attraverso la cartografia, che, come la scrittura per il cronista, svolge a sua volta un lavoro attento di scelta coscienziosa e di valutazione dei fatti da rappresentare o meno e, soprattutto, di come rappresentarli.

Inquadrare il mondo con spirito critico

Gli elementi che accomunano Giornalismo e Geografia trovano dunque una sintesi nel comune modo di inquadrare il mondo e nella necessità di fondarne l’interpretazione sulla base di uno spirito critico. La Geografia, infatti, come l’informazione, è una disciplina che insegna a mettere in discussione «le verità spacciate come assolute, cercando di capire davvero come funzionano le cose, a partire da un’osservazione attenta e critica» del mondo (urbanocreativonews.it). Proprio per questa ragione i geografi stanno già da tempo aprendo gli orizzonti della loro disciplina verso nuove prospettive, assumendo un ruolo decisivo negli orientamenti della pianificazione territoriale e nelle sfide offerte dalle I.C.T. (Information and Communications Technologies), ufficialmente riconosciute nei primi anni ’90 del secolo scorso da parte della comunità geografica internazionale (con la nascita della Commission on Geography of Telecommunications and Information dell’IGU) e della stessa Commissione Europea. Valutando la “società dell’informazione” come nuovo settore d’interesse per le politiche territoriali comunitarie, gli attuali orientamenti progettuali della UE promuovono l’utilizzo evoluto delle I.C.T. da parte di cittadini, imprese e amministrazioni, riconoscendone l’utilità per i processi di gestione e pianificazione del territorio, nella concreta attivazione della governance attraverso l’interazione tra gestione maturata “dall’alto” e azione collettiva proveniente “dal basso”. La Geografia, al cospetto delle trasformazioni tecnologiche in atto, ha preso in esame il rapporto tra collettività e luoghi di appartenenza (suo principale oggetto di indagine) sotto punti di vista innovativi, contribuendo alla crescita e al consolidamento degli studi teorici ed empirici sulla Società dell’Informazione con la nascita di un apposito campo di ricerche geografiche. A questo ambito di ricerca si collegano oggi in particolare i concetti di “città ampliata”, “virtuale “ (intesa, in senso etimologico, come potenziamento del reale) e smart-city, ossia resa interattiva per la valorizzazione locale e globale delle sue risorse materiali e immateriali.