Reti globali, società e cultura

La reticolarità del mondo ha travolto modelli socioculturali e di business, attività relazionali e la stessa comunicazione di cui il giornalismo è parte non marginale. Per aiutare il turismo consideriamo l’Agenda setting o newsworthiness la possibilità di un evento di essere trasformato in notizia*

di Pino Grimaldi

Riflettere sul rapporto tra informazione e turismo significa considerare quanto sia cambiato il modo di produrre la prima e di promuovere il secondo.
Il mondo cambia più rapidamente delle parole utilizzate per descrivere le attività dell’uomo. Le parole sono importanti, ma si sa, anche le parole invecchiano. Inoltre non credo esista una tipologia specifica di “informazione turistica”, strettamente intesa; forse sarebbe utile valutare quanto la promozione delle attività del comparto turistico possa dipendere da una informazione qualificata e quanto questa qualità possa favorire e partecipare allo sviluppo del marketing territoriale. Anche ricordare il significato di comunicazione e di informazione ci aiuterà meglio a comprendere i cambiamenti. Il termine comunicare è storicamente collegato alla parola comune, che deriva dal verbo latino communicare (mettere in comune). Quando comunichiamo, incrementiamo la nostra conoscenza condivisa, cioè il senso comune, la precondizione essenziale per l’esistenza di qualsiasi comunità (Rosengren, 2001). Sul versante dell’interazione (Anolli, 2002) troviamo lo scambio visibile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento. Con l’evoluzione del modello matematico-informazionale di Shannon e Weawer (‘49) ed il contributo del linguista Jacobson e più oltre, fino alla scuola di Palo Alto e a tutte le più recenti teorizzazioni sul rapporto tra comunicazione e informazione, è piuttosto condivisa la tesi che l’informazione dovrebbe tendere a ridurre l’incertezza. Ma ormai tutte le teorie sembrano “superate” dalla rivoluzione del Web 2.0, la geniale invenzione di Tim O’Reilly e John Battelle, che ha prodotto una situazione simmetrica tra “emittente” e “ricevente” nel processo di comunicazione; il destinatario di un tempo è diventato anche produttore di messaggi e di contenuti, laddove prima ne era esclusivamente destinatario. Lo stesso O’Reilly, tuttavia, considera il Web 2.0 come “un meme così diffuso che le aziende lo utilizzano come uno slogan di marketing, senza una reale comprensione di ciò che significa”.

Rivoluzione digitale
e i nuovi equilibri

Sembra tuttavia, che non tutti, però, si siano accorti che il mondo è molto cambiato a seguito della rivoluzione digitale. Ormai, l’età dell’incertezza, per dirla con l’immancabile Bauman, è definita da parole che non designano sempre con correttezza ciò che accade. Neppure il racconto di una delle più indegne attività umane è narrabile come un tempo. Lamentava un generale italiano, a proposito dei conflitti in Afganistan, che oggi non si può più neppure dichiarare il cosiddetto “End of the war”, tanto sono complesse, intricate ed indistinte le ragioni dei conflitti nelle aree “calde” del mondo. Un corrispondente di qualunque agenzia internazionale dall’Egitto, nel raccontare gli eventi da Piazza Tahrir, trova sul web la contemporanea versione di tutte le parti in causa; si raccontano gli eventi da una parte, dall’altra, da più diversi punti di vista ed è ormai chiara – da tempo – l’impossibilità di separare l’opinione dai fatti. Il claim di Lamberto Sechi lo storico direttore di Panorama (recentemente mancato a 89 anni), nel 1965, promuovendo un’autentica rivoluzione del giornalismo, lanciò: “I fatti separati dalle opinioni”. Cosa che – a mio parere – è del tutto impossibile, ma come claim è risultato piuttosto efficace. La reticolarità del nuovo mondo ha trasformato tutto, travolgendo abitudini, modelli socioculturali, modelli di business, attività relazionali e – ovviamente – il mondo della comunicazione, di cui il giornalismo occupa una parte non marginale.

Confronto inevitabile con la rete

Diceva Manuel Castells già nel 2001: “se non vi occuperete delle reti, saranno le reti ad occuparsi di voi”. Già, le reti, che non sono, tuttavia, delle Comunità, ma sistemi di relazione e di comunicazione fluttuanti e incerti. Ma non si tratta solo della “superficializzazione” delle informazioni, per seguire sempre il pensiero di Bauman, quanto anche di una “fragilizzazione” delle relazioni. I ragazzi si “fidanzano” e si “sfidanzano” nella superficiale reticolarità relazionale dei network come Facebook (che in Italia conta ormai 22,7 milioni di utenti). I giovani giornalisti che vogliono fare informazione turistica non hanno studiato la Storia dell’Arte (altro paradosso per il nostro paese), nel promuovere siti, territori, culture, sono privi della fondamentale conoscenza del nostro patrimonio artistico e ambientale, non ne conoscono la portata se non in forma mediata.
Gli stessi attori della vita politica producono anticipazioni di decisioni importanti con tweet da 140 caratteri, pur di essere essi stessi “fonte” primaria di riferimento. Sono saltate quasi tutte le mediazioni, sono scomparse le attività di “costruzione” intorno alla notizia delle argomentazioni e della articolazione di quella rete di senso e di contestualizzazione che anche una notizia – seppure di 140 caratteri – richiederebbe per essere compresa. Il risvolto positivo è che un tweet, se usato con competenza e se ben scritto, è una fenomenale suggestione per approfondire direttamente alla fonte originaria una notizia. La tecnologia è fantastica da questo punto di vista.
Ma non dimentichiamo che in Italia legge un quotidiano, almeno cinque giorni su sette, il 36,7% degli italiani (Istat 2012). E va ricordata anche la denuncia del linguista Tullio De Mauro, che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. (Da una ricerca di Vittoria Gallina, Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana, Armando 2006).
Ma non solo, anche il modello di comunicazione pull e push si è trasformato con i personal media e con le App che selezionano l’informazione secondo gli interessi dell’utente. Ci muoviamo verso un mondo che potrà offrire – sempre più e sempre meglio – la massima personalizzazione ed il più accurato valore di servizio accessorio.
Oggi chiunque possieda uno smart phone, un iPad, o un tablet (e sia abbastanza evoluto tecnologicamente) può operare la più accurata selezione di tutte le notizie di cui ha bisogno, scegliendo naturalmente le fonti: agenzie, testate specializzate, portali generalisti, portali verticali o specialistici. Come avviene oggi l’accesso all’informazione? Analizziamo le dinamiche tra chi è tecnofilo e chi intrattiene uno scarso rapporto con la rete.

Connessioni vecchie e nuove

Chi non è connesso si reca dal giornalaio, acquista e sfoglia il giornale che ha scelto, se è più esigente, due o tre giornali generalisti, che gli offrono le notizie già selezionate secondo il proprio punto di vista politico. Più dell’80% delle informazioni sono per lui del tutto inutili e, se è fortunato leggerà per più o meno 45 minuti, quel 20% nel quale troverà ciò che gli interessa. Chi è connesso può avere direttamente selezionate sul proprio device – se ha attivato le notifiche e se ne è diventato “follwer” – i flash delle agenzie rilanciati con i tweet, e – se l’argomento interessa, può leggere l’articolo immediatamente o sul sito o su altro portale informativo, ma oggi può anche condividerlo con la propria rete di relazioni affettive o lavorative ovunque nel globo. Dunque ottiene dalla “fonte informativa” più accreditata, ben prima che i giornali “lavorino” la notizia, ogni genere di informazione; in più può condividerla attraverso gli stessi canali digitali. Oppure potrà aprire l’App (l’applicazione, così denominata) che gli offre una selezione preimpostata di tutti gli argomenti di proprio interesse. L’algoritmo di selezione può percentualizzare i temi in una sintesi; ad esempio: 20% economia; 40% politica (locale, nazionale, internazionale, etc.); 10% tecnologia; 30% cultura; il tutto è già perfettamente selezionato dalle fonti scelte nell’impostazione: Ansa, Adnkronos, Agi, testate specializzate e ogni altra fonte ufficiale o alternativa. Ma non basta, l’attivazione delle notifiche da parte delle fonti tramite Twitter ha già annunciato le ultime notizie, ancor prima di leggere la propria personale rassegna stampa. Se a qualcuno sembra fantascienza è – più o meno – ciò che accade già ora. Va molto, molto migliorato, soprattutto nella qualità letteraria, nell’affidabilità delle fonti, nello sviluppare questa tipologia di business dell’informazione, nel design dell’interfaccia, settore ancora oscuro a molti, ma non per molto.
Le dimensioni di tutte le attività progettuali sono ormai prevalentemente indistinte; le professioni mutano costantemente senza poter trovare in tempo le parole per definirle come accadeva prima della rivoluzione digitale. I profili professionali invecchiano ed i nuovi – frutto dell’assemblaggio di competenze diverse – non sono facilmente definibili, tantomeno note le esigenze del mercato della comunicazione e dell’informazione. Il turismo resta un business vecchio modello in un mondo completamente nuovo. Ricordo le mie esperienze di design di giornali quotidiani e periodici. Sembrano memorie del secolo scorso; e di fatti lo sono. Per “il Mattino”, “il Denaro”, molte altre testate per le quali ho lavorato, l’obiettivo era la razionalizzazione del percorso di lettura, con il design che non aveva semplicemente una funzione estetica, quanto essenzialmente era funzionale alla facilitazione della lettura. Dopo tanti anni il design editoriale non ha fatto molti passi avanti, l’innovazione arriva dai nuovi personal media, non dall’ammodernamento di quelli tradizionali. Anche multimediale è ormai parola obsoleta; il web nel prossimo anno supererà il dvd, finirà ben presto un altro strumento che alle origini (solo pochi anni or sono) sembrava il simulacro della modernità assoluta.

Multimedialità e multimodalità

La multimedialità è figlia del gap da tecnologie e cultura digitale. Mentre noi, le persone della mia generazione, se tecnofile restano degli “immigrati digitali”, le nuove generazioni, quelle dei “nativi digitali”, ragionano con una logica tecnocentrica, senza sopravvalutare né sottovalutare la tecnologia, direi con un rapporto “neutrale”, ne fanno un utilizzo naturale. Certo sono enormi le complicazioni da valutare: la dipendenza da “protesi tecnologiche”; la perdita del valore della lettura; il rischio di prendere “per buona” qualunque notizia ci giunga dalla rete. L’esempio più clamoroso è Wikipedia
o l’Encliclopedia dell’incertezza! A mio parere occorrerebbe un immenso piano di alfabetizzazione all’uso delle fonti informative per docenti e studenti; immigrati e nativi digitali sono per ragioni diverse entrambi “fragili” nei confronti dell’invadente Grande Fratello tecnologico. Per questo anche la “multimodalità” è parte della complessità tecnologica e infrastrutturale. L’utilizzo del termine “multimodale” suggerisce un completo cambio di passo rispetto alla considerazione dei nuovi media. Multimodale trasferisce l’attenzione dall’aspetto tecnico strumentale, alle modalità, ai modi, ai linguaggi della comunicazione, a come essa complessivamente si produce e si diffonde. Poiché i nativi digitali, non possiedono “complessi” nei confronti delle tecnologie, dei vettori come della produzione, l’accento dovrà essere posto sempre più su contenuti e linguaggi. So che può sembrare paradossale, ma a me appare con una dimensione nuova e vitale, per cui ovunque esista il prevalere del progetto, chi ne guadagna sono i “contenuti” editoriali, culturali, anche di estetica tecnologica. Per una informazione sana che sappia sopravvivere allo tsunami tecnologico, resta a mio parere il grande tema dell’Agenda setting o della newsworthiness, la così detta “notiziabilità”, che potremmo spiegare come l’attitudine, la possibilità di un evento di essere trasformato in notizia. Ma viviamo un tempo piuttosto sciatto e disperato, nel quale i tormentoni dell’IMU, o del gesto dell’ombrello di Maradona, affollano i giornali e i media a scapito dei problemi reali, seri e drammatici, che non è “facile” trattare. Oggi, probabilmente, l’Agenda setting è quello che una volta si chiamava l’instrumentum regni, o se preferite: il panem et circenses.

*tratto da “Il Paradosso”, I, n. 5/6, ott.-nov. 2013
pp. 13-17

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