Geogiornalisti ante litteram

In Goethe e Ramage descrizioni estetiche e geografiche fondate su uno spirito soggettivo e oggettivo

di Silvia Siniscalchi

“Siamo come nani sulle spalle dei giganti”, scriveva Bernardo di Chartres nel XII secolo (Metalogicon, III, 4), coniando una metafora destinata a esprimere sino ai nostri giorni il rapporto di dipendenza della cultura moderna dall’antica. Un’allegoria che sembra di primo acchito non adattarsi ai temi di questo convegno sull’Informazione Turistica, che è antefatto di un ambizioso e innovativo progetto di comunicazione, incentrato sul connubio tra “GeoGiornalismo” e la realizzazione di un’Agenzia di Informazione Territoriale “MultiModale”.
Si tratta di termini che non sembrano derivare da alcun riconoscibile passato, declinando (il primo) il suffisso “Geo” in direzione di un più o meno inconsueto accostamento e innovando (il secondo) il linguaggio della comunicazione con un’espressione nuova, certamente meno logora di quelle, consunte, a cui ci hanno abituati lunghi anni di dibattiti sul tema.
Ma, a ben guardare, “GeoGiornalismo” e informazione “MultiModale” sono formule sì nuove fondate però su concetti originari, richiamandosi al rapporto fondativo degli elementi della Geografia e della Comunicazione, ossia al tangibile legame tra l’autore di una descrizione, la sua interpretazione, un messaggio, i modi in cui può essere veicolato e il suo destinatario. Si propongono cioè come metodi e strumenti per la trasmissione integrale e integrata dei fatti, degli eventi, sotto forma di notizia, nella ricongiunzione della forma con il contenuto concreto della comunicazione e nella reintegrazione di questo stesso termine con il suo significato originario, per nulla astratto (dal latino “communicare”, “mettere in comunione”), che richiama il “condividere” qualcosa con qualcun altro, secondo un senso corporeo oggi passato in secondo piano ma in alcuni casi ancora attuale (per esempio nel rito dell’Eucaristia – da cui il “comunicarsi” come atto di congiunzione con Dio – e nel significato di “canale di comunicazione”, quale infrastruttura dedicata allo spostamento di oggetti e/o persone).
Ma nel tempo, insieme al prevalere dell’idealità teorica sulla materialità concreta nella gerarchia intellettuale dei valori della cultura occidentale, il significato originario del termine “comunicazione” ha progressivamente perduto importanza, lasciando il passo alla sua accezione concettuale, via via più astratta, assimilata all’idea dello “spostamento” immateriale di un’informazione e, nella definizione generale della teoria della comunicazione, di trasferimento di notizie mediante segnali da una fonte a un destinatario. Quale oggetto delle riflessioni di teorici e studiosi, la comunicazione è così passata dai modelli matematici di C.E. Shannon e W. Weaver sino al villaggio globale di M. McLuhan e alla sua celeberrima affermazione secondo cui “Il medium è il messaggio”. Ma questa frase, con il suo considerevole impatto rivoluzionario, ha finito oggi con il perdere l’originario e pregnante significato (che attribuiva uguale importanza alla forma e al contenuto di un messaggio) e, nello sviluppo delle idee e delle riflessioni sulla teoria della comunicazione, ha prodotto un’eccessiva enfatizzazione della comunicazione stessa, finendo con lo slegarla da ogni contesto concreto di riferimento, spostando cioè l’accento sull’importanza del contenitore più che del contenuto. Nel proliferare delle teorie sul “come” (How) trasmettere un messaggio, il comunicare ha finito così con il trascurare sempre più le altre preposizioni chiave della celebre regola delle 5 W (Who, Where, When, What, Why), trascurando per l’appunto la conoscenza del concreto vissuto in cui ogni notizia ha luogo.

Due proposte metologiche innovative

GeoGiornalismo e informazione MultiModale sono quindi due proposte metodologiche interrelate che intendono riportare l’attenzione sull’essenza della informazione, ossia sul “chi”, “dove”, “quando”, “cosa” e “perché” di un evento, riagganciando il giornalismo al suo contesto geografico (spaziale e temporale) di riferimento, di tipo sia materiale che ideologico, politico e culturale. Ma in tal senso, analogamente a quelle intuizioni scientifiche che sono frutto della riscoperta di ciò che si era apparentemente dimenticato, questo intento trova illustri ascendenze nella letteratura di viaggiatori che, come J.W. Goethe o l’Abate di Saint Non, visitavano l’Europa e soprattutto l’Italia durante l’epoca del Grand Tour, o nelle descrizioni geografiche del Regno di Napoli dei più eminenti cronisti settecenteschi e ottocenteschi (quali G. Galanti, L. Giustiniani, C. Afan De Rivera), incaricati dai sovrani di delineare con spirito critico le caratteristiche dei loro territori e censirne in chiave statistica le emergenze e le risorse.
In questi scritti la Geografia diventa davvero “occhio della storia” e, dunque, “occhio del cronista” (parafrasando il celebre Historiae oculus geographia del cartografo olandese Abraham Ortelio) e gli aspetti antropici e geografico-naturali del paesaggio utili indicatori per la lettura e interpretazione induttiva della struttura economica e sociale dei territori in cui sorgono.
Tra questi esempi può essere in particolare ricordato uno dei più emblematici, ossia il celeberrimo Viaggio in Italia di J.W. Goethe, che alla fine del XVIII secolo scriveva a proposito della piana del Sele e di Paestum (dove si era recato insieme al pittore C. H. Kniep):

su strade pessime e sovente paludose, ci dirigemmo verso due montagne di bell’aspetto, procedendo tra rivi e fiumane da cui ci fissavano trucemente gli occhi sanguigni di bufali simili ad ippopotami. La campagna si faceva sempre più piatta e solitaria, le rare case attestavano una misera agricoltura. Finalmente, incerti se stessimo avanzando tra rupi o macerie, finimmo col riconoscere in alcune grandi, lunghe masse quadrangolari che avevamo già avvistate di lontano, i templi e i monumenti superstiti di un’antica, fiorente città (Goethe, 1997).

L’occhio del cronista emerge dalle poche, incisive pennellate, con cui Goethe offre un ritratto vivissimo sulla condizione territoriale della Piana del Sele alla fine del XVIII secolo, corrispondentemente a quanto ugualmente rivela il coevo Atlante Geografico del Regno di Napoli (Foglio 19) di G.A. Antonio Rizzi Zannoni: una piana impaludata, delimitata a nord dalle propaggini meridionali dei Monti Picentini e a sud dai Monti Alburni, con alvei fluviali privi di argini e controllo, allevamenti di bufale allo stato brado e colture estensive di scarsa qualità.

Le suggestioni provocate dall’osservazione delle bellezze naturali non si limitano alla contemplazione estetica ma fanno parlare il territorio e le sue testimonianze
In lontananza, i templi di Paestum, con il richiamo al passato di una città della Magna Grecia non più esistente. L’interesse per quest’ultima è testimoniato anche dal viaggio attraverso il Cilento compiuto circa trent’anni dopo da C.T. Ramage , i cui taccuini di appunti sono animati dalla curiosità del filologo e dell’antropologo verso le testimonianze del passato e i resti archeologici e linguistici ancora visibili della Magna Grecia. Al di là di tali interessi, però, il Cilento rappresenta per Ramage la prima tappa di un viaggio a sfondo geografico che ci restituisce un affresco a tutto tondo del Mezzogiorno dell’Italia pre-unitaria, consentendo di ricostruirne il paesaggio agrario, i costumi e gli usi alimentari, la mentalità, le superstizioni, la società, la cultura religiosa e politica poco prima del moto insurrezionale del 1828.
In entrambi i casi si tratta dunque di due esempi di GeoGiornalismo ante litteram, ossia di descrizioni estetiche e geografiche, fondate cioè su uno spirito soggettivo e oggettivo, in cui le suggestioni provocate dall’osservazione delle bellezze naturali non si limitano alla pura e semplice contemplazione estetica ma, attraverso la cultura e la capacità di penetrare l’apparenza, riescono a “far parlare” il territorio e le sue testimonianze.
Se però l’attenzione di Goethe e Ramage è inizialmente concentrata soprattutto sull’impressione di sbigottimento suscitata dalla Ma questa frase, con il suo considerevole impatto rivoluzionario, ha finito oggi con il perdere l’originario e pregnante significato (che attribuiva uguale importanza alla forma e al contenuto di un messaggio) e, nello sviluppo delle idee e delle riflessioni sulla teoria della comunicazione, ha prodotto un’eccessiva enfatizzazione della comunicazione stessa, finendo con lo slegarla da ogni contesto concreto di riferimento, spostando cioè l’accento sull’importanza del contenitore più che del contenuto. Nel proliferare delle teorie sul “come” (How) trasmettere un messaggio, il comunicare ha finito così con il trascurare sempre più le altre preposizioni chiave della celebre regola delle 5 W (Who, Where, When, What, Why), trascurando per l’appunto la conoscenza del concreto vissuto in cui ogni notizia ha luogo.visione delle risorse archeologiche – tra cui le «masse di colonne tozze, coniche, fittamente accostate, […] opprimenti o addirittura terrificanti» dell’antica Paestum (Goethe) – e degli spettacoli naturali – come il Vesuvio, dove «sbuffi di fumo» facevano «percepire ancora i segni della sua recente attività» (Ramage) – quella di G. M. Galanti, in anni più o meno coevi, sarebbe stata invece più specificamente indirizzata alla comprensione delle cause del degrado territoriale del Regno di Napoli e alle possibili soluzioni per porvi rimedio.
Nella sua Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, pubblicata su richiesta della corte borbonica e realizzata con visite in loco per approfondire la conoscenza diretta dei territori del Regno, Galanti, animato da un forte impegno civile e degli ideali della cultura illuministica del tempo, offre una rappresentazione critica e approfondita delle condizioni del Regno di Napoli e delle sue province, individuando le ragioni principali del loro abbandono e della loro arretratezza nella persistenza di un dannoso sistema feudale e nello squilibrio dei rapporti territoriali, a favore della capitale.

La modernità del viaggiare

Nel 1790, visitando Paestum, ha così occasione di riflettere sia sui singoli problemi e sulle soluzioni che gli si presentavano davanti agli occhi con evidenza (dalla bonifica delle zone paludose al rimboschimento dei territori montani), sia su questioni di carattere generale, relative soprattutto all’organizzazione delle finanze e del fisco, per le quali avrebbe cercato invano la collaborazione di uomini del governo del tempo.
Una visione straordinariamente moderna, dunque, quella dei nostri viaggiatori di ormai due secoli fa, che per molti aspetti può essere ritenuta ancora attuale, sia dal punto di vista metodologico che dei contenuti. Il che dimostra con evidenza come GeoGiornalismo e Informazione MultiModale siano proposte fondate su presupposti teorici consolidati, volte alla produzione di contenuti significativi mediati dall’interpretazione competente del GeoGiornalista e, pertanto, adeguata alla realtà descritta, con il supporto delle innumerevoli possibilità di trasmissione offerte oggi dai nuovi mezzi di comunicazione e dalla possibilità di amplificarne le interrelazioni nei nuovi contesti virtuali della città “aumentata”.

*tratto da “Il Paradosso”, I, n. 5/6, ott.-nov. 2013, pp. 22-24

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